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19/07/2012

Intervento in Commissione Giustizia sul provvedimento di riorganizzazione della geografia giudiziaria

Continua la battaglia dell'On. Lorenzo Ria per una più razionale definizione della geografia giudiziaria. Si riporta il testo integrale del suo intervento in Commissione Giustizia: 

Lorenzo RIA (UdCpTP) ritiene che, per quanto sia ancora in corso l'esame dello schema di decreto legislativo sulla riorganizzazione della geografia giudiziaria con riferimento ai tribunali, vi siano già dati sufficienti per rilevare forti perplessità sulle modalità di esercizio della delega da parte del Governo e sull'aderenza dello schema ai criteri di delega indicati al riguardo nella legge n. 148 del 2011.
  È bene rilevare, anzitutto, come la materia della ridefinizione di una geografia giudiziaria omogenea abbia come obiettivo l'efficientamento dell'intero sistema. Il riassetto della distribuzione territoriale dei tribunali (come pure degli uffici del Giudice di Pace) deve tendere allo scopo di garantire al sistema giustizia una distribuzione degli uffici omogenea sull'intero territorio nazionale, improntata alla revisione particolareggiata dei singoli casi. Non per niente i criteri di delega indicati nella legge n. 148 del 2011 sono per la maggior parte elastici e indicano diversi fattori dei quali il Governo è obbligato a tener conto per evitare di restituire al Paese una geografia giudiziaria che si scontra con le effettive esigenze territoriali e che, da ultimo, non potrà che rivelarsi inefficiente.
  Ciò premesso, in base all'articolo 1 della legge delega, il Governo deve, ai sensi della lettera a), ridurre gli uffici giudiziari di primo grado mantenendo comunque sedi di tribunale nei circondari di comuni capoluogo di provincia alla data del 30 giugno 2011. Il principio di delega fa dunque salvi i tribunali ordinari attualmente esistenti nei comuni capoluogo di provincia. La lettera b) delega il Governo a ridefinire la geografia giudiziaria, ovvero l'assetto territoriale degli uffici giudiziari, eventualmente anche trasferendo territori dall'attuale circondario a circondari limitrofi, anche al fine di razionalizzare il servizio giustizia nelle grandi aree metropolitane. Nel compiere questa attività il Governo dovrà tenere conto di «criteri oggettivi e omogenei» che comprendano i seguenti parametri: estensione del territorio; numero degli abitanti; carichi di lavoro; indice delle sopravvenienze; specificità territoriale del bacino di utenza, anche con riguardo alla situazione infrastrutturale; presenza di criminalità organizzata.
  Già dalla semplice lettura dei criteri, accostata alla situazione che si prospetterebbe all'esito dell'applicazione dello schema di decreto che stiamo esaminando, emerge chiaramente che la delega non è stata interpretata, a suo avviso, in maniera del tutto coerente e corretta, poiché a parte rispettare il parametro fisso della impossibilità di sopprimere le sedi di tribunali dei capoluoghi di provincia, lo schema in questione non restituisce al Paese una distribuzione dei tribunali sul territorio che possa dirsi omogenea e aderente ai criteri citati. In particolare, la soppressione indiscriminata dei tribunali minori e delle sezioni distaccate dei tribunali che non raggiungano un limite minimo di abitanti è un'operazione che può essere considerata in linea con la delega conferita, per quanto riguarda la parte «destruens» del provvedimento. Considerato, infatti, che qualsivoglia «riorganizzazione» passa per due fasi, una di eliminazione della situazione attuale, frutto di vecchi criteri, e l'altra di ricostruzione di un nuovo assetto sulla base di criteri nuovi ispirati ad una visione diversa, possiamo dire che la soppressione contenuta nello schema di decreto del Governo pone in essere la prima di queste due fasi, senza preoccuparsi di come risulterà la nuova geografia giudiziaria, post-soppressione.
  Ciò che, a suo avviso, bisogna fare, per interpretare la delega secondo lo scopo che si è prefissato, è occuparsi di porre in atto, dopo la fase «destruens» anche la fase «construens», ovvero, sulla base degli stessi parametri controllare che sull'intero territorio sia garantita la presenza omogenea di uffici giudiziari che rispondano a quei precisi criteri. È necessario occuparci del quadro finale che restituiremo alla distribuzione degli uffici, prevedendo sin da ora gli eventuali disagi post-riforma e cercando, per quanto possibile, di prevenirli. Basterebbe, ad esempio, che fosse fissato un limite massimo di abitanti oltre il quale prevedere la competenza territoriale di un altro ufficio giudiziario, ciò al fine di evitare situazioni di disagio per i cittadini (vedi il criterio della «specificità territoriale del bacino di utenza, anche con riguardo alla situazione infrastrutturale») e di pericolosa assenza di presidi di legalità, (vedi il criterio della «presenza di criminalità organizzata»).
  A questo giudizio meramente giuridico, sul rispetto del quadro delegante da parte dell'atto delegato, possiamo affiancare una valutazione dei dati analitici territoriali, con riguardo al numero di abitanti e all'estensione in chilometri quadri. Facciamo l'esempio della Corte d'Appello di Potenza (che comprende tutto il territorio della Basilicata): le sedi di Potenza, Matera e Lagonegro si attestano su un bacino di utenza complessivo di 579.251 abitanti. Nella Corte d'Appello di Lecce succede, invece, qualcosa di diverso: vengono soppresse tutte le 15 sezioni distaccate, attribuendo un bacino complessivo di 1.784.597 abitanti alle sole sedi di Lecce, Brindisi, Taranto. Si chiede allora quale omogeneità vi sia in tali dati oggettivi e quale sia l'obiettivo del provvedimento sulla riorganizzazione dei tribunali: se il miglioramento dell'efficienza del sistema, con contestuale riduzione dei costi o la riduzione dei costi con contestuale azzeramento dell'efficienza della giustizia. 

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