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21/02/2012

Intervento in Aula sul complesso degli emendamenti presentati all'A.C. 2094 "Definizione del processo penale nei casi di particolare tenuità del fatto".

Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei iniziare il mio intervento esprimendo anzitutto la mia personale soddisfazione nell'osservare come negli ultimi tempi i lavori della Commissione giustizia e dell'Aula stessa abbiano avuto una vera e propria impennata, che non posso che giudicare positivamente. Sono passati i tempi in cui ci siamo dovuti battere per garantire le leggi da una pericolosa soggettivizzazione ed è finalmente arrivato il momento dell'attività proficua, concentrata e condivisa, attività che in un breve periodo ha già portato all'approvazione di alcuni provvedimenti dei quali da tempo si auspicava la trattazione, data l'urgenza di legiferare sui relativi temi. Mi riferisco al decreto-legge sul sovraffollamento delle carceri, impropriamente denominato decreto «svuota carceri», che ha inciso, sia pure in maniera circoscritta, sulla situazione di sovraffollamento degli istituti penitenziari cui siamo ahimè abituati da anni. Mi riferisco alla conversione in legge del decreto-legge sul sovraindebitamento, che nonostante sia stata privata della maggior parte degli articoli principali, soprattutto per il coordinamento con la cosiddetta legge Centaro, è stata comunque terreno di dialogo tra Governo e parti politiche. Oggi ci troviamo a discutere sulla proposta di legge relativa alla definizione del processo penale nei casi di particolare tenuità del fatto. Il provvedimento è emerso dall'esigenza di deflazionare il processo penale e di intervenire dunque con l'obiettivo di fornire ai giudici un mezzo per poter smaltire più in fretta il carico, senza al contempo ledere l'interesse punitivo dello Stato, da un lato, e l'interesse risarcitorio della persona offesa, dall'altro. Si tratta di una disposizione flessibile, che permette al giudice di individuare casi in cui la particolare tenuità dell'offesa al bene giuridico tutelato dalla norma penale, nonché l'esiguità delle conseguenze dannose o pericolose della condotta, può portare alla chiusura del processo penale con una sentenza di proscioglimento.
Il lavoro sul quale è stata fondata la proposta di legge è stato dunque finalizzato ad individuare nella nozione di «particolare tenuità del fatto», mutuata per certi aspetti dal processo minorile, una condizione strettamente processuale di non procedibilità, una condizione al verificarsi della quale l'interesse dello Stato a punire l'autore del fatto soccombe rispetto all'interesse deflattivo del processo e ad un superiore interesse di buon andamento del sistema giustizia.
L'intervento normativo di cui discutiamo oggi ha ottenuto sin dal primo momento il nostro più ampio consenso. Abbiamo più volte rilevato le molteplici ragioni che hanno portato ad una vera e propria paralisi delle procure, oberate da numerosissimi processi, molti dei quali riguardano fatti di reato di tipo bagatellare.
Spesso il sistema di norme vigenti ha impedito la trattazione completa di processi per reati più gravi, data l'assenza nel nostro ordinamento di criteri selettivi dell'azione penale. L'adozione dell'attuale proposta di legge agevolerebbe, dunque, non poco l'attuazione delle politiche realmente deflattive del processo, garantendo, al contempo, il compimento effettivo di processi per reati gravi, molti dei quali ad oggi si chiudono, invece, per decorso del termine prescrizionale.
L'attuale proposta di riforma è il frutto condiviso di un primo lavoro svolto dal comitato ristretto, che ha portato a termine un progetto di sintesi tra l'iniziale proposta di legge a firma del collega Tenaglia e i primi emendamenti ad essa relativi e una seconda fase interlocutoria, avvenuta in sede di Commissione, dove si è recentemente intervenuti sulla prima bozza, a seguito della discussione, su nuove ipotesi di modifica, provenienti anche dal Governo, ma soprattutto dalla Lega Nord e dall'Italia dei Valori.
In questo lavoro di sintesi anche io non posso non esprimere apprezzamento per la capacità del relatore, il collega Tenaglia, di portare a compimento questo lavoro, che, alla fine, come abbiamo detto in molti e come dirò, ha dato un buon risultato e una proposta con la quale ci stiamo confrontando in Aula. Non posso non sottolineare che già ad una prima definizione di testo base abbiamo riscontrato l'accoglimento di tutte le proposte emendative da noi presentate alla proposta di legge iniziale.
Nello specifico, da parte nostra erano state proposte modifiche che possiamo attualmente far confluire in due filoni essenziali: il primo comprendente emendamenti diretti ad una più attenta e marcata tutela dell'interesse della persona offesa alla prosecuzione del procedimento, il secondo riguardante modifiche volte a definire più precisamente i casi di particolare tenuità del fatto, in modo da contenere entro criteri specifici ed individuati la discrezionalità del giudice nella propria valutazione del fatto concreto.
Ebbene, le nostre proposte sono state accolte ed inserite negli articoli 3 e 6 del testo. Quindi, passerei a considerare le critiche che anche oggi vengono da parte dell'opposizione, in particolare dalla Lega Nord, ma anche dall'Italia dei Valori, che, come si poteva prevedere, si fondano su uno degli argomenti sui quali si basa la più tipica delle ideologie in materia di processo penale.
Si tratta di argomenti che rimandano al dibattito, sempre attuale, tra posizioni più eminentemente punitive e posizioni più eminentemente garantiste dei diritti riconosciuti anche a chi, per aver commesso un reato, deve scontare una pena. Un discorso del tutto simile si è animato proprio recentemente - è stato già ricordato - in occasione della conversione in legge del decreto-legge in materia di sovraffollamento carcerario e di misure idonee a ridurne gli effetti devastanti.
C'è chi, in nome di una sicurezza, a mio avviso, bisogna sottolinearlo, sempre più sbandierata - probabilmente per rifarsi una verginità, ahimè, perduta nel corso di questi anni -, sempre meno ragionata, vorrebbe ridurre il tema a mere considerazioni di spicciola portata. Io stesso ho sottolineato in quell'occasione, la settimana scorsa, che bisogna stare attenti alla concezione che pratichiamo in concreto della pena detentiva.
È proprio ai fini della sicurezza collettiva, che tanti sbandierano ed associano ciecamente al carcere sempre e comunque, che è necessario riflettere. Bisogna riflettere sugli effetti di una pena inflitta senza garanzia dei diritti umani, senza prevedere il recupero effettivo del condannato, senza guardare al di là del tempo di detenzione, e farsi carico del condannato come persona e soggetto che un giorno tornerà libero. Una pena inflitta senza pensare a tutto questo può addirittura portare a risultati controproducenti e restituirci, dopo anni di permanenza in carcere, un soggetto che, in termini di sicurezza sociale, potrebbe essere considerato più pericoloso di prima. Un discorso simile può essere adattato, oggi, al provvedimento che stiamo esaminando con la differenza che, come è stato giustamente affermato, il provvedimento sul sovraffollamento carcerario è di tipo deflattivo post condanna, mentre quello di oggi è deflattivo pre condanna.
Dunque, guardando alle proposte emendative soppressive presentate già in Commissione dalla Lega Nord e riproposte poi in Aula, è chiaro che i termini dell'opposizione si fondano sull'esigenza della pena e sulla difficoltà, colleghi della Lega Nord, di accettare l'idea, prima ancora che di approvare la proposta di legge, che un fatto di reato in quanto tale possa essere considerato particolarmente tenue e, a seguito di tale classificazione, il suo autore possa restare impunito. Il provvedimento di oggi è stato soprannominato «svuota processi», un atto contrario ai principi di legalità previsti dall'articolo 25, comma 2, della Costituzione, un rimedio, come ha detto l'onorevole Pastore nell'intervento di ieri in sede di discussione sulle linee generali, «peggiore del male, un provvedimento vergognoso, una resa incondizionata dello Stato alla criminalità».
Permettetemi di definire questi termini spropositati rispetto ad una disposizione conosciuta in vari ordinamenti degli Stati europei, peraltro fondata su un concetto opposto a quello di criminalità vera e propria, ossia sul cosiddetto diritto penale minimo dove l'offesa che deriva dal reato è per lo Stato trascurabile.
In ragione di tali considerazioni si possono poi analizzare anche le altre proposte emendative all'articolo 1, quelle di cui ci stiamo occupando, rivolte a selezionare la forbice dei reati ai quali applicare la regola processuale della particolare tenuità. Nello specifico, il gruppo Italia dei Valori ha proposto di restringere il campo applicativo della disposizione escludendo i reati più gravi, riferendosi ora a quelli per i quali è prevista la citazione diretta a giudizio in base all'articolo 550 del codice di procedura penale, ora ai reati a sfondo sessuale ex articoli 600 e seguenti del codice penale, ora ai particolari reati, compresi quelli di stampo mafioso, elencati dall'articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale, ora ai delitti per i quali è previsto il divieto di concessione dei benefici penitenziari e l'accertamento della pericolosità sociale dei condannati elencati dall'articolo 4-bis della legge sull'ordinamento penitenziario. Si è detto che tali modifiche sono state proposte per il timore che la Corte costituzionale possa, un giorno, rilevare l'irragionevolezza di una norma che concede la valutazione della particolare tenuità per delle fattispecie che l'ordinamento penale ha riconosciuto, a monte, come oggettivamente portatrici di una forte carica offensiva.
Sul punto mi permetto di rilevare che, qualora una fattispecie grave di reato sia considerata oggettivamente tale, difficilmente - per non dire mai - si potrà verificare che in concreto vi conseguano un danno o un pericolo esigui, come prevede appunto la disposizione di quell'articolo 530-bis che oggi intendiamo introdurre nel codice di rito. Si tratta, per intenderci, della particolare tenuità e della valutazione di non procedibilità, che l'interprete può desumere dalla modalità della condotta, dall'esigua entità delle conseguenze dannose e dall'occasionalità del fatto, tutti elementi ontologicamente lontani da possibili interazioni con altri reati.
Peraltro, l'interpretazione è affidata al giudice, che è garanzia di una decisione verso la quale non si può non confidare. La magistratura - mi permetto di rivolgermi ai colleghi dell'Italia dei Valori - è categoria cui proprio l'Italia dei Valori deve la propria genesi e mi pare di ricordare che in più occasioni lo stesso partito non abbia celato il proprio impegno a difesa dei giudici e del loro ruolo istituzionale, fatto che sottende una fondamentale fiducia negli operatori del settore.
Ritengo, dunque, che le proposte emendative presentate dai colleghi dell'Italia dei Valori non siano determinanti ai fini dell'applicazione pratica della norma che intendiamo varare, potendo però dare luogo ad inutili intralci testuali con presumibili ricadute sulla chiarezza del testo normativo, posto che si inserirebbe inutilmente l'ennesimo elenco di reati all'interno di una disposizione del codice di procedura penale.
In definitiva, onorevoli colleghi, il testo di legge che esaminiamo oggi non è affatto perdonista, non propone alcuna impunità e non mette a repentaglio alcuna sicurezza sociale, proprio perché propone di valutare a priori il concetto di reale offensività del fatto. Vorrei porre in luce più di altri questo aspetto del provvedimento, che reputo essenziale e sostanziale. Non si tratta di prendere una serie di reati e decidere che da oggi in poi i loro autori non saranno più puniti. Si tratta di riconsiderare fatti di reato alla luce della loro effettiva carica di disvalore, fatti che già dalla modalità in cui vengono posti in essere, dall'esiguità del danno o del pericolo che provocano, dall'incensuratezza del loro autore, nonché dalla singolarità dell'episodio stesso, di fatto - di «fatto» - non dimostrino di dovere essere puniti se non risarcendo il danno provocato.
Ed è opportuno evidenziare come con un'altissima probabilità, già da ora, nella pratica, fatti di questo tipo non conducano ad una pena vera e propria per il loro autore, bensì al mero risarcimento del danno e, nella maggior parte dei casi, a pene pecuniarie o a misure alternative alla detenzione.
Pertanto, ciò che di tali processi incide in effetti sulla sicurezza reale dei cittadini paradossalmente non è il reato che hanno ad oggetto, ma il tempo e le energie lavorative che assorbono o che distolgono dai processi per i reati più gravi. Ecco il vero disvalore al quale dobbiamo rivolgere la nostra attenzione. Ecco che emerge in via negativa il compito di tutelare la sicurezza dei cittadini. Ecco che affiora il vero problema della giustizia in Italia, che non può limitarsi ad un'osservazione superficiale, ma necessita di coordinare la soluzione a più problematiche, che in modi diversi, attraverso strade più o meno dirette, giungono a paralizzare il sistema, restituendo infine una giustizia ingiusta.
A me pare, infatti, che l'obiettivo di ridurre i tempi dei processi non risponda unicamente ad esigenze legate all'amministrazione della giustizia ed alla razionalizzazione del lavoro dei tribunali.
Mi pare che l'obiettivo di snellire il pesante fardello processuale, risponda ad un'esigenza ben più sostanziale e di merito più che di metodo. Potrei forse conciliare i due aspetti dicendo che vogliamo cambiare il metodo per assicurare un'adeguata analisi del merito.
Da molti anni si parla delle problematiche sottese alla lentezza dei procedimenti, della necessità di adeguarli al principio di ragionevole durata mutuato dall'articolo 111 della nostra Costituzione e da varie carte internazionali, eppure non sono state trovate finora delle soluzioni che avessero un'effettiva ricaduta sul sistema. Si è parlato di segnalare alcune priorità nel perseguimento dei reati, di adeguare il sistema ai tempi di prescrizione dei processi (per intenderci: trattare prima i reati che si prescrivono prima, sempre che la prescrizione non sia tanto vicina da rendere inutile qualsiasi attività processuale). Si è detto molto sull'argomento oggi in discussione e sono state tentate molte strade per affrontarlo, ma sempre queste strade hanno trovato l'ostacolo costituzionale dell'articolo 112, oppure hanno incontrato il dissenso di parti molto rappresentative, e per tali ragioni non sono state percorse. Credo di poter affermare che adesso abbiamo trovato un ottimo compromesso, una proposta di legge, quella che porta la prima firma del collega Tenaglia, che la maggior parte di noi ha considerato necessaria e utile quanto meno per iniziare a smuovere le acque in tema di giustizia, con buone ricadute soprattutto in termini di ragionevole durata dei processi e con ottimi risultati stimati sulla riduzione del carico pendente nelle procure. Lo reputo un provvedimento esemplare, uno dei tanti che spero vedranno la luce da qui al termine della legislatura (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro per il Terzo Polo). 

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