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17/01/2012

Intervento in Aula successivo alle comunicazioni del Ministro della Giustizia sull'amministrazione della giustizia.

Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, abbiamo già espresso in occasione dell'audizione in Commissione giustizia, come gruppo dell'Unione di Centro per il Terzo Polo, l'apprezzamento e la condivisione per l'atteggiamento costruttivo e pragmatico manifestato dal Ministro che ha correttamente in quella sede individuato pochi obiettivi da raggiungere fino al termine della legislatura, nell'ambito di uno sforzo coordinato per ridurre i costi e aumentare l'efficienza del sistema pubblico. Con maggiore convinzione, signor Ministro, lo facciamo oggi dopo aver ascoltato la sua relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 2011 che non ha limitato, non ha ristretto entro gli angusti confini di un atto puramente formale, ma l'ha inserita all'interno del dibattito che anima il Paese, che deve essere quello del merito delle riforme che vogliamo fare.
Mai come in questi ultimi anni invece la politica si è occupata a parole, con provvedimenti troppo spesso estemporanei, della questione giustizia, dimostrando il più delle volte un atteggiamento ideologico pregiudiziale che al cittadino spesso è apparso come una lotta perenne tra chi ha voluto sino alle estreme conseguenze la difesa della sovranità popolare, come se il voto del popolo fosse una sorta di acqua purificante, e chi si è trovato sempre pronto a invocare la lesa maestà della sacralità dell'autonomia del sistema giudiziario ogni volta che il legislatore abbia provato ad intervenire in questa materia con qualsivoglia iniziativa, anche quelle più condivisibili.
Registriamo con soddisfazione che la sua relazione non è stato un atto puramente formale, l'approccio è quello di chi è impegnato a trovare forme di convergenza su provvedimenti che tutti riteniamo urgenti, non tanto e non solo gli uomini e le donne presenti in quest'Aula espressioni di partiti e movimenti politici, ma soprattutto i cittadini per i quali la giustizia percepita, se possibile, è ancora peggiore dello stato reale della giustizia che gli addetti ai lavori conoscono. È una giustizia che proprio in quanto non rituale per addetti ai lavori ma indice di funzionalità del sistema socio-economico del Paese è percepita come un elemento di ritardo e di rallentamento nella delicata fase anche di crisi economica e finanziaria che il Paese vive.
Se non riusciamo a liberare il Paese da questo macigno che lo rallenta, non tanto e non solo in quello che accade nelle aule di tribunale ma nelle sue ricadute sulle dinamiche dello sviluppo e del progresso del Paese, non faremo il nostro dovere. Purtroppo, le illusioni che la giustizia si possa o si potesse autoriformare sono cadute, il tempo passato è stato lungo e nulla o quasi è successo dall'interno, dunque questa forte esigenza di cambiamento in questo settore strategico per il Paese deve essere raccolta dalla politica che si deve assumere fino in fondo le sue responsabilità.
Deve la politica assumersi fino in fondo le sue responsabilità dando non solo le non più rinviabili risposte alle quattro emergenze che lei ha voluto segnalare al Parlamento - l'attuale stato delle carceri e le problematiche condizioni dei 66.897 detenuti, il deficit di efficienza degli uffici giudiziari, la rapida eliminazione dell'arretrato soprattutto nel civile accumulatosi negli ultimi trent'anni, l'indifferibile razionalizzazione organizzativa e tecnologica dei servizi giudiziari - ma approfondendo, anche dal punto di vista socio-culturale, gli interrogativi che si è posto, signor Ministro, e che ha posto a tutti noi, interrogativi che come ha detto vanno alla radice del problema e che attengono a tutto ciò che rappresenta il presupposto del nostro essere legislatori.
Nell'affrontare l'attuale stato delle carceri come ci poniamo nei confronti dell'articolo 27, comma terzo, della Costituzione, che sancisce solennemente che le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato?
Da dove deriva, come lei ha ricordato, questa propensione italiana alla conflittualità? Nell'affrontare il tema dei tagli alle dotazioni di bilancio, come ci poniamo e cosa facciamo perché si modifichi l'erronea attitudine mentale a pensare che il denaro e le risorse pubbliche siano di nessuno, convertendola nella corretta concezione che il denaro pubblico è di noi tutti, perché proviene appunto, come lei ricordava, dalla nostra fatica quotidiana, dal nostro lavoro e dal nostro impegno per contribuire alla crescita del Paese?
Signor Ministro, l'Unione di Centro, da questo punto di vista, non si è tirata indietro fin dall'inizio della legislatura, ma ha dichiarato e si è assunta le sue responsabilità. Non si è accontentata di rimanere ingessata nel ruolo di opposizione, che ha rappresentato sino a poco tempo fa in questo Parlamento, ma ha voluto scendere sul terreno del confronto nel merito dei problemi, con un approccio non ideologico, ma pragmatico, con l'approccio di chi non dice soltanto «no», in forza del ruolo che rappresenta o che ha rappresentato in quest'Aula, ma neppure con l'approccio di chi dice per forza sempre e solo «sì».
Signor Ministro, noi la vogliamo ringraziare per il contributo, che è politico nel senso più nobile della parola, che lei ha voluto dare al suo intervento, e la invitiamo ad andare avanti con coraggio. Ci permettiamo non di frenarla ma di spronarla, perché nelle riforme si proceda e si enuncino finalmente anche i termini di dettaglio di queste riforme, perché finora gli annunci sono stati molti, ma le soluzioni ai tanti problemi che affliggono la giustizia sono state poche.
Continui, allora, signor Ministro, ad affrontare con la determinazione che ha già dimostrato le problematiche della situazione carceraria, rispetto alle quali non si può non rilevare il permanere di condizioni assolutamente paradossali, come quella di strutture terminate da molti anni e non ancora entrate in funzione.
In materia di interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri, l'Unione di Centro le assicura il sostegno per la conversione in legge del decreto-legge con il quale si dispone l'aumento da dodici a diciotto mesi del periodo finale di esecuzione della pena che può essere scontato presso il proprio domicilio. Tra i punti che, con la nostra risoluzione, la invitiamo ad affrontare con coraggio, c'è quello della modifica delle circoscrizioni giudiziarie. Se questo Paese non cambia la sua geografia giudiziaria, non sarà possibile un'allocazione delle poche risorse disponibili in modo razionale e tutti i nostri progetti e discorsi sui cambiamenti rischieranno di rimanere velleitari.
Occorre rivedere le circoscrizioni, abolendo i tribunali inutili. Ne sentiamo parlare dai tempi dell'università ed è finalmente arrivato il momento di agire. Certo, lei ha fatto bene a rassicurare tutti sul fatto che le specificità di ciascun territorio saranno scrupolosamente valutate e che nessuno intende spazzare via presidi di legalità, che hanno i numeri e le peculiarità che ne rendano utile il mantenimento. Quindi, procederà e procederemo dunque con equilibrio e pacatezza. Noi abbiamo proposto, per quanto riguarda il giudizio civile, un giudice monocratico per tutto il primo grado. Si salvi il giudice collegiale in appello, ma si faccia un giudice monocratico con un unico rito di cognizione ordinaria per il primo grado, recuperando risorse umane di magistrati e dando un contributo serio all'accelerazione dei processi.
Investiamo sugli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, condividendo anche noi la preoccupazione, che lei ha voluto manifestare, rispetto alle polemiche suscitate dall'introduzione nel nostro ordinamento dell'istituto della mediazione nelle controversie civili e commerciali, nelle more dell'attesa pronuncia della Consulta sul decreto legislativo n. 28 del 4 marzo 2010, che sotto più profili ha suscitato motivati dubbi sulla sua compatibilità costituzionale e comunitaria. Si operi con coraggio e si modifichi il sistema delle impugnazioni.
Lo abbiamo sempre inserito nelle nostre risoluzioni sin da quando il presidente Vietti svolgeva funzioni di direzione del nostro gruppo. Non possiamo più permetterci tre gradi di giudizio generalizzati per qualunque controversia, anche quelle bagatellari. Questo è di per sé incompatibile con la ragionevole durata del processo, perché, se anche facciamo durare ciascun grado tre anni, già arriviamo a nove anni e siamo fuori dai parametri europei.
Avrei voluto aggiungere altri provvedimenti, altre questioni sulle quali la invitiamo ad andare avanti, sulle misure cautelari, sulla depenalizzazione. Signor Ministro, questo elenco - concludo - dimostra quella disponibilità che noi qui politicamente oggi le ribadiamo, confermando la fiducia al Governo presieduto dal senatore Monti; un Governo che, per ciò che riguarda il servizio giustizia, un nobile servizio, come lei lo ha definito nella sua relazione, sia anche un inizio della pacificazione di cui abbiamo bisogno in un tempo in cui la giustizia per troppi anni è stata un infinito talk show in cui vinceva chi era più bravo a zittire l'altro. Noi pensiamo che questo tempo sia terminato per sempre. 

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