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30/05/2012

Intervento in Aula dell'On. Lorenzo Ria sul ddl "anticorruzione"

Disegno di Legge: "Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione"

Intervento dell'On. Lorenzo Ria sul complesso degli emendamenti:

"Signor Presidente, signor Ministro, la materia dell'anticorruzione è argomento di massima pregnanza ed urgenza nel quadro delle esigenze normative rilevate nell'ambito del settore giustizia. I fenomeni di corruzione e di illegalità nella pubblica amministrazione presentano profili di disvalore molteplici e diffusi, riverberando i loro effetti non solo nell'ambito strettamente amministrativo, ma anche e soprattutto nel settore economico, contribuendo a peggiorare il quadro già drammatico della burocrazia e dei rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione.
Per questo motivo, il tema avrebbe meritato, nel corso della legislatura, ben altra tempistica rispetto all'iter che al momento non lascia intravedere nulla di buono circa la definitiva approvazione del provvedimento al nostro esame, pur rendendomi conto che l'approfondimento e lo studio si sono resi essenziali e imprescindibili nell'ambito dei lavori delle Commissioni I e II specie con riguardo alle modifiche relative alla parte della materia che afferisce agli illeciti penali.
Rispetto al testo approvato dal Senato, quello su cui oggi siamo chiamati a votare è stato a mio avviso migliorato e raffinato anche grazie all'intervento poderoso del Governo che ha rimodulato in prima battuta gli aspetti repressivi della proposta per poi presentare in Assemblea una serie di emendamenti rivolti anche alle disposizioni con fini preventivi.
Certamente è da accogliere con favore l'istituzione dell'Autorità nazionale anti-corruzione, che eserciterà i propri poteri attraverso un vero e proprio piano di azione generale da disciplinare in via regolamentare. Il Governo, sul punto, ha presentato un corposo emendamento all'articolo che coordina i compiti delle pubbliche amministrazioni centrali, chiamate a definire uno specifico piano di prevenzione della corruzione che fornisca una valutazione del diverso livello di esposizione al rischio corruzione degli uffici e gli interventi organizzativi volti a prevenire il medesimo rischio.
Si prevede, inoltre, l'individuazione del responsabile della prevenzione della corruzione tra i dirigenti amministrativi di ruolo di prima fascia in servizio. Ciò risponde alla necessità di poter affidare ad un soggetto il compito specifico di presidiare sulla corretta applicazione delle norme sulla prevenzione della corruzione. Questo schema, a mio avviso, è da accogliere con favore poiché affronta il problema con metodo che definirei scientifico. Ciò che si vuole ottenere attraverso una specifica modifica dell'organigramma del personale delle pubbliche amministrazione e degli enti locali mi fa pensare, in una sorta di parallelismo, al metodo utilizzato per la prevenzione dei rischi sul luogo di lavoro che, seppure con altri fini, si muove proprio sulla stessa riga facendo riferimento a due parti essenziali: la redazione di un documento sull'individuazione dei rischi e la nomina di un responsabile.
Sicuramente la proposta di legge sull'anti-corruzione si caratterizza, in un Paese come il nostro, quasi come una svolta epocale. Prima di affrontare qualsiasi problema è necessario, infatti, rendersi conto della portata e dell'estensione del fenomeno, di modo da calibrare a dovere i possibili rimedi. Non sarà facile ottenere quella che si configura come una vera e propria rivoluzione culturale prima che normativa. Ciò che effettivamente può fare la differenza dal punto di vista preventivo su un tema come quello degli illeciti contro la pubblica amministrazione è un lavoro che parta dal basso, dalle maglie più larghe della società. Auspico un percorso di legalità che coinvolga i cittadini e che parta dal momento in cui per la prima volta si confrontano con la società (penso alle scuole, ad esempio) e termini nei più impervi rapporti con la burocrazia con cui ognuno di noi, in misura più o meno rilevante, in funzione di variabili soggettive connesse prettamente alla sfera lavorativa, si trova presto o tardi a fare i conti.
A tal proposito, mi sembra d'obbligo spendere una breve considerazione in merito all'emendamento presentato dal Ministro Patroni Griffi all'articolo 5, disponendo sulla garanzia di anonimato per il pubblico dipendente che informa l'autorità giudiziaria o la Corte dei conti ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico di condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro. Mi pare che tale misura possa essere a ragione annoverata proprio tra quelle finalizzate alla rivoluzione culturale cui accennavo poco fa.
È necessario, infatti, bilanciare la sollecitazione a collaborare da parte dei dipendenti con un sistema di tutela della loro posizione lavorativa poiché spesso è proprio il timore di poter subire delle ripercussioni discriminatorie nell'ambiente di lavoro ad alimentare l'omertà ed il silenzio sui reati gravissimi contro la pubblica amministrazione.
È, infatti, una caratteristica ontologicamente connaturata a tale tipologia di illecito quella di poter essere portata alla luce solo grazie a chi, per ragioni di contatto sul piano lavorativo, può venire a conoscenza del fatto illecito. Ricordiamo che la corruzione, ad esempio, punisce, nella maggior parte dei casi, sia il corrotto sia il corruttore. È uno dei cosiddetti reati a concorso necessario e per tale ragione difficilmente i soggetti coinvolti vengono allo scoperto.
Mi pare che il Governo abbia, dunque, segnato un ulteriore punto nella corsa al perfezionamento del testo preordinato alla sua efficacia e mi sembra doveroso ricordare che su un tema come questo e, più precisamente, su tutti gli argomenti del settore giustizia, l'atteggiamento che bisognerebbe tenere, da parte di tutte le forze politiche coinvolte, dovrebbe essere proprio e solo quello della tensione al miglioramento dei testi e all'efficienza dei percorsi normativi.
Accolgo pienamente le parole pronunciate lunedì in Aula dal Ministro Severino, con cui ci ha più volte invitato ad affrontare le questioni in maniera che possa dirsi scevra da qualsiasi spettacolarizzazione e, aggiungerei, da qualsiasi strumentalizzazione. Purtroppo, in più di un'occasione ho avuto l'impressione che sui temi della giustizia si stesse attuando una sorta di trattativa politica. Più di una volta ho temuto che si potesse decretare l'azzeramento dei lavori di Commissione a causa di prese di posizione più o meno esplicitamente personalistiche.
Mi duole rilevare che anche in questa fase stiamo assistendo a provocazioni di questo genere. Mi riferisco all'emendamento presentato dal collega Sisto, sulla concussione. È stato prontamente ribattezzato «norma Ruby» riportandoci, come in un terribile ritorno al passato, alle leggi ad personam. Penso che sia necessario sgombrare il campo da tali dinamiche, che reputo contorte e ammorbanti. Penso che non costruiscano nulla di buono, perché temi così determinanti per il Paese non possono e non devono essere terreno di trattativa politica, tanto meno se dettata da evidenti interessi personalistici.
Non vogliamo più assistere alle spettacolarizzazioni cui abbiamo ampiamente assistito in passato. Abbiamo bisogno, piuttosto, di un approccio eminentemente tecnico nella definizione dei provvedimenti di legge e politico nel senso più nobile del termine, per la definizione degli scopi dei provvedimenti stessi.
Ritornando, signor Ministro, all'impianto, come dire, preventivo del provvedimento - mi riferisco ai primi 12 articoli -, oltre ad accogliere con favore gli emendamenti presentati dal Governo credo che si debba attuare un'opera di raccordo di alcuni degli articoli con disposizioni già esistenti, che incidono sulla stessa materia. Ne richiamo uno, signor Ministro, a titolo di esempio, poiché lo reputo il più importante anche perché modifica quella che, nel testo del comma 5 dell'articolo 2, è prevista come mera facoltà in un vero e proprio obbligo per la pubblica amministrazione. Mi riferisco alla parte in cui la disposizione prevede che «le amministrazioni possono rendere accessibili in ogni momento agli interessati le informazioni relative ai provvedimenti e ai procedimenti amministrativi che li riguardano». Ebbene, tale disposizione contravverrebbe all'obbligo già disposto dalla disciplina sul diritto di accesso ai documenti amministrativi, di cui al capo V della legge generale in materia di procedimento amministrativo, appunto la legge n. 241 del 1990.
Penso quindi che sia nostro dovere porre rimedio alla discrasia che conseguirebbe all'approvazione dell'attuale articolo 2, approvandone la modifica da me proposta.
Quanto alla parte della legge che affronta l'aspetto repressivo, mi soffermo sugli emendamenti all'articolo 13 che, nella sua originaria formulazione, prevedeva sostanzialmente un aumento della pena edittale prevista per alcuni dei reati contro la pubblica amministrazione, nonché la previsione di circostanze aggravanti specifiche. Su questo schema si è innestata dapprima l'emendamento del Governo, che avuto l'intento di adeguare la normativa penale dei reati contro la pubblica amministrazione alle linee guida contenute in accordi internazionali già ratificati dall'Italia o in corso di ratifica. Premesso un generale giudizio di favore rispetto all'azione di rafforzamento del contrasto penale della corruzione pubblica e privata, non si può, nell'ottica di una costante tensione al miglioramento delle norme, non considerare l'opportunità di analizzare ulteriormente il testo di legge al fine di rendere ancora più efficaci e concrete le regole imposte sul rispetto e la tutela del corretto andamento della pubblica amministrazione.
Ciò che preme anzitutto rilevare concerne la modifica introdotta in seno al reato di concussione, di cui all'articolo 317 del codice penale, dall'articolo 13, lettera d). Si modifica il reato nella parte riguardante i soggetti attivi, eliminando la figura dell'incaricato di pubblico servizio e lasciando unicamente quella del pubblico ufficiale. Per quanto l'esperienza giuridica indichi l'esiguità dei casi di concussione commessa dall'incaricato di pubblico servizio, ritengo che il restringimento del campo dei soggetti attivi riferito ad un reato di tale gravità non possa considerarsi in linea con lo spirito generale della riforma, che tende all'opposto a rinvigorire sia l'aspetto preventivo, sia quello repressivo del reato proprio in oggetto. Su questo punto ho proposto quindi la rimodulazione del reato di concussione per costrizione, mantenendo la punibilità dell'incaricato di pubblico servizio oltre che quella del pubblico ufficiale, adottando l'aumento del minimo della pena, come nell'emendamento del Governo, da quattro a sei anni di reclusione.
Quanto alla corruzione tra privati, di cui all'articolo 2635 del codice civile, gli emendamenti presentati si dirigono nella direzione di aumentare la forbice edittale di pena prevista e di agevolare l'accertamento processuale del fatto, sopprimendo l'inciso: «cagionando nocumento alla società». La fattispecie passerebbe dunque da reato di evento a reato cosiddetto di mera condotta, con evidenti ripercussioni positive in seno all'accertamento dello stesso dal punto di vista processuale.
Richiamo da ultimo l'emendamento a mia firma che incide sull'articolo 363 del codice penale estendendone l'applicabilità anche ai reati contro la pubblica amministrazione. Tale disposizione attualmente prevede infatti circostanze aggravanti specifiche relative ai reati contro le personalità dello Stato, che ben possono applicarsi anche ai reati contro la pubblica amministrazione, stante la necessità condivisa ed ispiratrice dell'intero provvedimento di rafforzare la repressione di questa categoria di fatti penalmente illeciti.
Alla luce di quanto esposto - e concludo - esprimo ampio consenso agli emendamenti presentati dal mio gruppo, invitando i colleghi a sostenerli con il voto favorevole".

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