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28/05/2012

Intervento in Aula dell'On. Lorenzo Ria sul cd. "falso in bilancio"

Intervento in Aula dell'On. Lorenzo Ria sulla proposta di legge
"Modifiche al codice civile, concernenti le disposizioni penali in materia di società e consorzi" 

"La proposta di legge di cui discutiamo oggi si innesta nel solco di un lungo percorso di atti normativi che hanno interessato, modificandola, la normativa delle disposizioni penali in materia societaria. L'ambito è quello del diritto penale commerciale, il diritto penale cosiddetto «alto», dei colletti bianchi, il diritto penale che non si sporca le mani con la criminalità spicciola, con i tanto sbandierati temi della «sicurezza sociale» ma si confonde tra le pratiche economiche e le maglie burocratiche della consueta vita imprenditoriale Ben sappiamo che il reato di «false comunicazioni sociali», rubricato all'articolo 2621 del Codice civile, comunemente conosciuto come «falso in bilancio», è stato oggetto di un ampissimo dibattito, giuridico e politico, sviluppatosi qualche anno fa a seguito della sostanziale depenalizzazione di tale fattispecie per mano del decreto legislativo n. 61 del 2002. Il risultato di quella novella fu, in sintesi, di trasformare il delitto in contravvenzione; il reato di pericolo in reato di danno; di tracciare soglie al di sotto delle quali il falso, seppure accertato, non veniva punito; prevedere in alcune ipotesi la procedibilità a querela, destituendo, sostanzialmente, di fondamento le esigenze di tutela che stanno alla base della fattispecie in questione. Tale intervento sollecitò censure persino in sede internazionale, quando fu interpellata in via pregiudiziale la Corte di Giustizia, proprio sulla questione inerente la violazione da parte di quelle norme sul falso in bilancio, tuttora vigenti, delle varie direttive europee in materia societaria. È questione da non sottovalutare, quest'ultima, poiché nonostante l'articolo 25, secondo comma della Costituzione sancisca la competenza della legge nazionale in materia penale, le direttive comunitarie richiamate stabiliscono una sorta di coordinamento dei principi sanzionatori in materia societaria, cui gli Stati membri devono sottostare. È la stessa Costituzione, infatti, all'articolo 10, a fondare quest'obbligo, a dotarci di una «valvola normativa» attraverso la quale filtrano nel nostro sistema giuridico le norme del diritto internazionale generalmente riconosciute, nel cui alveo quelle di fonte comunitaria ricoprono sicuramente una posizione privilegiata. È necessario evidenziare, infatti, che la materia societaria, interagisce direttamente con le dinamiche di mercato e, segnatamente, del libero mercato interno dell'Unione Europea ed ha, dunque, natura marcatamente transnazionale. Per questo motivo necessita, più di altre materie, di un dialogo con gli altri sistemi, di modo che si ottenga una sorta di omogeneità normativa tra Stati. Per gli illeciti societari, le direttive comunitarie raccomandano l'adozione di sanzioni «efficaci, proporzionate e sufficientemente dissuasive».
Si tratta del cosiddetto principio di efficacia-proporzionalità, che il nuovo falso societario disattendeva quanto al profilo di non punibilità per le falsificazioni esigue, al regime di procedibilità» privilegiato previsto per la fattispecie di cui all'articolo 2622 del Codice civile vincolato alla querela della persona offesa, alla tendenziale inadeguatezza della tutela penale, specie in relazione all'ipotesi contravvenzionale, condizionata da termini di prescrizione talmente brevi che, a fronte della complessità dell'accertamento del fatto e della «irragionevole» durata media del processo penale, nascondono il presagio di una pressoché scontata estinzione.
Una volta analizzato il substrato giuridico della questione, mi permetto di chiarire brevemente il suo sottostrato politico: per intenderci, quella sul falso in bilancio fu, e non posso non ripeterlo in questa sede, una delle più disastrose manovre legislative del vecchio Governo, una delle leggi più scandalose e antidemocratiche della trascorsa stagione politica, una delle tante leggi ad personam varate nell'ambito di una falsa parvenza democratica per «salvare» Premier e compagni dall'ennesimo processo non a caso le ordinanze di rimessione alla Corte di Giustizia avvennero proprio nell'ambito di uno dei processi in cui era imputato Berlusconi. Dato atto di questo triste scenario giuridico e politico, cui abbiamo assistito per troppo tempo e che troppi danni ha cagionato alla nostra democrazia, che troppe volte ha ferito la nostra dignità sovrana al cospetto dello scenario internazionale, è facile inquadrare la proposta di legge di riforma attualmente in discussione come il moto obbligato e dovuto di chi ha a cuore la legalità e il rispetto dei principi democratici, primo fra tutti il principio dello stato di diritto e poi, a seguire, tutta una serie di posizioni costituzionali e legislative che hanno permesso all'Italia di fare parte del progetto politico europeo, del progetto economico europeo, al quale dobbiamo dimostrare, come è previsto che sia, un intransigente rispetto delle regole comuni.
La proposta di riforma, dunque, tende a ripristinare quei canoni sanzionatori e quelle pratiche normative che possano dirsi ossequiose del principio di «efficacia-proporzionalità» definito a livello comunitario. Ma attenzione, qualcosa non è andato come doveva. Il provvedimento in questione, così come lo possiamo leggere nel testo giunto in Aula, non fa nulla di tutto ciò che dovrebbe fare per porre fine al senso di impunità latente sotteso alle attuali nonne sul falso societario. Questo è dovuto ad una vicenda specifica e dolente, che si è verificata in commissione Giustizia due settimane fa, all'inizio della votazione sugli emendamenti al provvedimento. Sappiamo a cosa mi riferisco, sappiamo tutti leggere il testo dell'articolo 1 così come era stato originariamente concepito e così come è giunto qui oggi. Vediamo, da una parte, una norma coerente con l'intento della riforma, un nuovo articolo 2621 che rende nuova dignità al delitto di falso e, dall'altra, una norma vecchia, che scimmiotta quella già vigente in tutto e per tutto, fatta salva la modifica in punto di pena. Come è stato possibile tutto questo, mi dispiace dirlo, perché è sintomatico di un fallimento del lavoro che ogni giorno con serietà e dedizione molti di noi svolgono in Commissione.
Tutto questo è frutto di un mero errore, nel quale ci siamo trovati coinvolti noi deputati e lo stesso Sottosegretario alla Giustizia, un errore che ha portato il Governo ad esprimere parere favorevole su un emendamento a firma dell'onorevole Contento rispetto al quale il favore non c'era. O meglio, il favore c'era, ma era limitato unicamente e strettamente alla modifica riferita squisitamente sanzionatoria di parte del testo normativo. Quanto detto può essere facilmente riscontrato nei verbali di seduta e nei tanti articoli di stampa diffusi a tal proposito. Ero favorevole alla proposta di legge avanzata dai colleghi dell'Italia dei valori, così come concepita nel testo originario e mi duole aver frainteso il tenore dell'emendamento presentato dall'onorevole Contento, che ha svuotato completamente il senso della riforma.
A conferma del mio sostegno al provvedimento mi preme sottolineare che poco prima avevo coerentemente votato contro l'emendamento soppressivo dell'articolo 1. Non ho esitato a prendere una posizione al riguardo perché volevo davvero che si ripristinasse il reato di falso in bilancio ma sono stato indotto in errore dal parere favorevole del Governo, che non faceva prevedere uno svuotamento totale del senso della norma come poi, di fatto, si è verificato. Sulla scorta di quanto accaduto in Commissione ho auspicato persino che si potesse ripetere la votazione ma tale soluzione non è stata ritenuta praticabile.
Alla luce di quanto avvenuto, dunque, uno e uno solo resta il rimedio all'errore commesso ovvero il voto favorevole in aula ad uno degli emendamenti che ricostruisca la reale riforma dell'articolo 2621 nella forma originariamente proposta. La pregnanza di tale esigenza non è da riscontrarsi, a mio avviso, soltanto nella particolarità dell'iter che il provvedimento ha avuto in Commissione, ma anche e soprattutto nelle valutazioni di politica criminale che fondano e strutturano la necessità della riformulazione del reato in questione. Da un lato, vi è l'obbligo, da parte del legislatore, di ottemperare ai doveri comunitari di tutela nell'opzione penale, dialettica mai sopita e che ho già ampiamente illustrato. Dall'altro, vi è, una considerazione sostanziale di carattere più strettamente penalistico e legata, peraltro, anche alla dizione che caratterizzava gli articoli 2621 e 2622 del Codice civile prima dell'intervento del decreto legislativo n. 61 del 2002.
Bisogna considerare, infatti, che i reati societari riguardanti l'obbligo di trasparenza delle scritture contabili, la loro necessaria rispondenza al criterio di verità e agli altri canoni imposti per legge, costituiscono un fattore di contesto, oltre che un illecito penale a se stante. Mi spiego meglio. Quando l'ordinamento giuridico sanziona il falso nella redazione del bilancio non lo fa unicamente per tutelare i beni giuridici della trasparenza della contabilità e del diritto dei soci, dei creditori e degli altri soggetti interessati alla corretta informazione sull'andamento di una società. L'ordinamento giuridico, sanzionando il falso in bilancio, si pone anche l'obiettivo di individuare una forma di reato che il più delle volte fa da contorno, da contesto, rispetto ad altri e più gravi illeciti. Pensiamo, ad esempio - ed il tema è di preminente attualità proprio in questi giorni - alla possibilità che, falsificando il bilancio, in misura più o meno rilevante, si creino delle «giacenze» che sfuggono al regime di pubblicità e di legalità e che possono essere utilizzate senza alcun controllo e senza che ne rimanga traccia, come oggetto materiale di reati contro la pubblica amministrazione: corruzione e concussione in primis. Ma si pensi anche che i fondi occultati grazie ad un reato di falso possono essere oggetto di riciclaggio ovvero immessi nel circuito illecito dei fondi neri per finanziare qualsivoglia attività contra legem. I tecnici, per rendere tali concetti, si esprimerebbero in termini di «plurioffensività» del reato di falso nonché di «reato rete», di reato, dunque, che molto spesso non è fine a se stesso ma fa parte di una vera e propria trama criminosa finalizzata alla commissione di ulteriori illeciti. È chiaro che, le stesse dinamiche, viste finora sotto il profilo «sostanziale», assumono diverse e più marcate sfaccettature se prese in considerazione sotto il profilo «procedurale», ponendosi, dunque, dal lato di chi è chiamato a perseguire i reati.
Si può facilmente dedurre che abbassare la soglia di tutela rispetto ad una fattispecie di falso societario implica un indebolimento dei mezzi a disposizione dell'intero apparato dell'amministrazione della giustizia nel dare il via alle indagini e nel proseguirle, con la possibilità di venire a conoscenza dei cosiddetti «reati scopo». Ecco che emerge, con tutti i suoi disastrosi effetti, il problema posto dalla condizione di procedibilità della querela, cui sono sottoposti i reati in questione in alcuni casi.
Di difficile comprensione e di assoluta problematicità risultano anche le soglie di punibilità, attualmente previste dai commi terzo e quarto dell'attuale formulazione del reato di false comunicazioni sociali. Si tratta di soglie, come ho accennato in precedenza, al di sotto delle quali il falso non è punibile; soglie percentuali, nello specifico del 5 per cento, dell'1 per cento e del 10 per cento che, se rapportate ai bilanci dei grandi gruppi societari danno luogo all'impunità per legge di falsificazioni rapportate a grossissime somme di denaro, che escono definitivamente e, ripeto, in maniera totalmente avallata dal sistema normativo, dalla sfera di controllo statale, sia penale sia fiscale.
Ammetto che gli argomenti finora esposti possono apparentemente esorbitare da quelli che sono, solitamente, i termini di un intervento in discussione generale. Ammetto che, probabilmente, ci si sarebbe atteso un discorso meno approfondito quanto alle premesse e, forse, limitato ad una relazione sul testo giunto oggi in Aula. Ma la materia di cui ci stiamo occupando è talmente connessa alla sua storia, al suo passato e talmente inficiata dalla vicenda dell'approvazione di un emendamento che ha letteralmente destrutturato non solo l'articolo 1 ma l'intero spirito della proposta, da non permettermi di tacere su quanto avvenuto. Il testo di legge in esame ha alla base delle motivazioni così forti dal punto di vista politico e così pregnanti dal punto di vista più strettamente giuridico che spero di essere riuscito a dare l'idea della strada che quest'Aula, a mio avviso, moralmente ed eticamente obbligata a percorrere, per il ruolo che i cittadini ci hanno affidato e per ottemperare con senso di giustizia al dovere di tutela dei beni giuridici sottesi alle norme penali societarie.
Abbiamo un'occasione importante per dimostrare che, se degli errori sono stati commessi in passato, a causa di dinamiche e logiche del tutto estranee a quelle della democrazia, a questi errori si può porre rimedio. Se in passato, per ragioni che sono state - concedetemi un termine forte - una vergognosa rappresentazione dell'esercizio del potere normativo, si è giunti a delineare un sistema sanzionatorio degli illeciti societari marcatamente improntato ad esigenze personalistiche, se si è arrivati a deviare il sistema dal suo naturale assetto, discostandolo dai principi esplicitamente indicati in sede comunitaria ed esplicitamente violati dal precedente Governo è nostro compito oggi risolvere la questione e ridare alle norme il loro giusto valore. Per fare ciò è necessario fare un passo deciso in assemblea e riportare il testo dell'articolo 1 della proposta di legge sulle disposizioni penali in materia di società e consorzi a quello che era stato originariamente definito. Il senso di giustizia e il corretto esercizio del potere legislativo, in termini di restituzione di dignità al principio democratico ce lo impongono a gran voce. Con questo concludo e mi rimetto al senso delle istituzioni con cui ognuno di noi, credo, debba fare i conti ogni giorno nel condurre la propria attività in questa autorevole sede". 

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