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07/02/2011

Intervento dell'On. Lorenzo Ria in Aula alla Camera - Disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori

"Signor Presidente, Onorevoli Colleghi,

l’universo carcere è costellato da una serie di aree problematiche che vengono riversate dalla società libera al di là di quel muro: tutte insieme, in una realtà confusa e disordinata, dove diviene indistinto ogni limite e la stessa identità personale rischia di perdersi.
Così, ergastolani, tossicodipendenti, insani di mente, stranieri, innocenti, colpevoli ed altri ancora, devono convivere negli stessi ambienti, nello stesso tempo, con persone insieme alle quali nella vita normale difficilmente avrebbero scelto di vivere.
Il carcere rappresenta una sorta di “istituzione totale”. Si chiama così una organizzazione i cui membri vivono in isolamento dal resto della società e sono sottoposti alla sorveglianza di guardiani la cui autorità si estende ad una vasta gamma di comportamenti che vanno dal sostentamento, all’alloggio, alla cura personale dei sorvegliati.
Il carcere sottrae all’individuo la cura di se stesso e lo priva della sua autonomia e della sua libertà, lo separa dal proprio mondo, dalla propria realtà sociale, dai propri affetti, dai propri ruoli, ed esercita su di lui un’azione totale e spersonalizzante.
Del pari, intuibili difficoltà devono essere superate da parte di chi nel grande “contenitore” deve lavorare, testimone spesso involontario di situazioni che anch’egli mai avrebbe scelto di affrontare o di condividere.
In mezzo a tanto disordine, violenza espressa e repressa, quello che ancora riesce a scuotere le coscienze e ad attirarare l’attenzione, è la condanna di un innocente alla carcerazione; se poi questo innocente lo è indiscutibilmente, in quanto bambino al di sotto dei tre anni e figlio di una detenuta (verosimilmente entrata in carcere durante la gravidanza), noi siamo responsabili giorno dopo giorno dell’inevitabile danno che questi subirà per il suo sviluppo psicofisico e relazionale.
Occorre prendere coscienza della attuale situazione delle carceri femminili, dove i bambini sono costretti a vivere reclusi con le madri (ad oggi, nelle sezioni nido delle carceri italiane sono ospitati 55 bambini da 0 a tre anni di età: numero probabilmente destinato ad aumentare perché risultano 14 le mamme detenute in stato di gravidanza), a condividere con le stesse le problematiche del sovraffollamento e della carenza di organico che rendono ancora più dura la condizione della detenzione.
Bisogna tener presente che piccoli incolpevoli porteranno per sempre i segni di questa violenza psicologica e, per questo, dobbiamo farci carico dell’urgenza di trovare soluzioni diverse e dignitose.
Il periodo pre e post-parto risulta caratterizzato da momenti di grande ansia per la maggior parte delle donne, ma per quelle che vivono in carcere i normali stress vengono ad essere moltiplicati, amplificando il vissuto di inadeguatezza ed impotenza.
Il carcere per i propri figli è l’ultima delle soluzioni che una madre ricerca ed è quella che vive con più inquietudine, poiché significa esporre il bambino a qualcosa di cui non solo non conosce esattamente le dinamiche, ma della cui realtà percepisce l’assoluta precarietà e mancanza di diritti sia come persona che come madre.
Il retroterra sociale di deprivazione, i contatti familiari inconsistenti, l’isolamento, una instabile salute fisica e/o mentale e la coscienza che il bambino potrà essere affidato ad un ente assistenziale, costituiscono soltanto alcuni dei problemi che vivono queste donne, testimoniando un bisogno di tutela maggiore rispetto alle persone libere.
Il codice penale e la legge n. 354 del 1975 sull’ordinamento penitenziario prevedono una disciplina di favore per le madri con figli minori condannate o già in espiazione di pena detentiva.
Ulteriori interventi in tale direzione sono stati introdotti dalla legge n. 40 del 2001, promossa dall’allora Ministro per le pari opportunità Anna Finocchiaro, recante misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori, che ha segnato il primo cambiamento “culturale” in un sistema ancora connotato dall’ideologia tradizionale nei confronti delle madri detenute: per la prima volta si è anteposto l’interesse del minore, la salvaguardia del rapporto genitore - figlio, la difesa dell’unità familiare a valutazioni sull’entità del reato commesso dai genitori.
La normativa suddetta, anche in attuazione del principio sancito dall’articolo 31 della Costituzione che riconosce il valore sociale della maternità, ha inteso perseguire l’obiettivo di assicurare al bambino un sano sviluppo psicofisico, permettendo alla madre di vivere i primi anni dell’infanzia del minore al di fuori delle mura carcerarie.
Partendo dall’esperienza acquisita (l’ordinamento penitenziario prevede che le madri possano tenere presso di sé i figli fino al compimento dei tre anni di età), il legislatore ha voluto evitare situazioni nelle quali a detenute - madri si aggiungono detenuti - bambini: si è infatti appurato che l’ingresso in carcere del minore non solo non fa che differire il distacco dalla madre (rendendolo semmai ancor più traumatico), ma, nella maggior parte dei casi, arreca danno al suo corretto sviluppo psicofisico.
Sulla base di tali presupposti, la legge 40 ha inteso ampliare la possibilità per le madri condannate o detenute di assicurare ai figli assistenza in un vero ambiente familiare, estendendo, in particolare, l’ambito di operatività degli istituti del differimento dell’esecuzione pena e della detenzione domiciliare.
Quanto all’ordinamento penitenziario, sono stati introdotti due nuovi istituti: la detenzione domiciliare speciale (volta a permettere l’assistenza familiare ai figli di età non superiore a dieci anni da parte delle madri condannate, quando non sia possibile l’applicazione della detenzione domiciliare ordinaria) e l’assistenza all’esterno dei figli minori (che consente comunque la cura e l’assistenza extracarceraria dei figli di età non superiore ai dieci anni).
Si profila tuttavia la necessità di porre rimedio ad alcune criticità emerse durante l’applicazione della legge 40, a fronte in particolare di reati con un basso grado di pericolosità sociale, ma la cui reiterata commissione ha ostacolato la possibilità per le donne madri di bambini di età inferiore a tra anni di scontare la pena fuori dal carcere.
Le statistiche della prima applicazione della legge in questione hanno purtroppo dimostrato che i rigidi “paletti normativi” previsti hanno impedito alla magistratura una larga concessione dei benefici alle detenute madri.
Secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, sono 4.692 i casi di detenzione domiciliare: una cifra questa che seppur rilevante, non è intervenuta però in maniera significativa sulle presenze in carcere di madri con minori.
La concessione della misura prevista dall’articolo 21 bis dell’ordinamento penitenziario (assistenza all’esterno dei figli minori) ha avuto un’applicazione del tutto marginale.
In base al citato provvedimento, tutte le detenute, anche se hanno commesso reati gravi, possono chiedere e ottenere la detenzione domiciliare speciale ad alcune condizioni (aver scontato un terzo della pena, e nei casi di ergastolo, aver scontato almeno quindici anni).
Per essere ammesse alle misure, però, non ci deve essere pericolo di commettere ulteriori delitti, condizione questa che mal si adatta a reati connessi all’uso di sostanze stupefacenti ed alla prostituzione (che tipicamente presentano un alto tasso di recidiva e per i quali sono incriminate la maggior parte delle detenute madri). Anche a causa di questo motivo la legge 40 risulta essere oggi in larga parte disapplicata, senza considerare il fatto che la stessa vale solo nei confronti di chi è stato condannato con sentenza definitiva e non di chi è ancora in attesa di giudizio: per questo molte mamme, in particolare straniere, non avendo spesso un’abitazione dove scontare gli arresti domiciliari, sono costrette a tenere i figli in strutture di detenzione fino al compimento dei tre anni, per poi subire l’ulteriore trauma della separazione.
Bambini innocenti che prima sono reclusi e poi, in molti casi, inviati in istituto!
Come giustamente precisato dalla collega Bernardini nella relazione illustrativa della sua proposta di legge in materia, la coabitazione dei bambini nei luoghi di pena travalica qualsivoglia ragionamento giuridico o posizione ideologica, rappresentando una vera e propria “aberrazione” da cancellare: privare un bambino della figura materna, in quanto figlio di una detenuta, viola palesemente la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia.
Il carcere, anche nelle situazioni migliori dove sono state realizzate delle sezioni nido è comunque di per sé, per le finalità che deve raggiungere e per le modalità ed organizzazione che ne derivano, un luogo incompatibile con le esigenze di socializzazione e di sviluppo psico-fisico.
I bambini in carcere soffrono di disturbi legati al sovraffollamento (68.527 detenuti stipati in 44.612 posti letto regolamentari: un record tutto italiano, superiore a tutti i Paesi d’Europa, Russia compresa), alla mancanza di spazio emotivamente utile che incide non solo sulla loro crescita complessiva, tanto da limitarne lo sviluppo attinente alla sfera emotiva e cognitiva, ma provoca anche molta irrequietezza. L’altissimo numero di detenuti, il contatto forzato tra etnie e culture diverse, le regole del carcere creano situazioni di stress e tensioni che si ripercuotono inevitabilmente nel rapporto madre e figlio.
Impedire a tante detenute di affrontare la propria condizione di madre fuori dagli istituti penitenziari costituisce un grave ostacolo alla riabilitazione della donna, oltre a precludere ai bambini la possibilità di vivere in un ambiente più confortevole del carcere e più idoneo alla loro crescita.
Alla luce di queste considerazioni, condividiamo le principali novità recate dal provvedimento. Mi riferisco all’applicazione, come regola generale, della detenzione domiciliare per le madri condannate con bambini di età inferiore a 10 anni; all’ulteriore limitazione delle ipotesi in cui è possibile sottoporre a custodia cautelare in carcere le madri con prole di età inferiore a tre anni; alla istituzione di case - famiglia protette, dove le detenute - madri, in specifiche, residuali ipotesi, possono scontare sia la custodia cautelare che l’esecuzione della pena detentiva.
Nell’ambito del grande dolore che la genitorialità vissuta in carcere porta con sé, una delle problematiche più sentite e ricorrenti per le madri detenute è rappresentata dall’impossibilità di assistere il proprio figlio malato durante il ricovero in ospedale e nel corso delle visite specialistiche alle quali il minore viene periodicamente sottoposto.
Ci sono bambini in tenera età costretti a lunghe degenze in ospedale completamente soli, senza la madre e privi di qualsiasi figura loro nota e familiare, assistiti esclusivamente dal personale della struttura ospedaliera che li ospita. Ed ancora, madri ignare dell’improvviso invio al pronto soccorso del proprio figlio e che ne vengono a conoscenza soltanto quando l’ospedale richiede una loro autorizzazione per procedere ad un intervento sanitario sul minore.
L’articolo 2 del presente testo intende proprio ovviare a questa ulteriore crudeltà attraverso un sistema agile e privo di lungaggini burocratiche.
Ferma restando l’esigenza primaria di tutela della libertà della donna in stato di gravidanza, con conseguente disposizione della custodia cautelare esclusivamente in caso di esigenze di eccezionale rilevanza, abbiamo ritenuto opportuno proporre la soluzione intermedia dell’applicazione della misura presso case famiglia protette: strutture queste capaci di considerare, insieme alla sicurezza, anche le necessità dei bambini, così da garantire a questi ultimi, per quanto possibile, un corretto e sano sviluppo psico-fisico.
La necessità di introdurre una disposizione ad hoc, volta a limitare il più possibile il ricorso alla custodia cautelare in carcere per la donna incinta, risiede nella lettura del dato concreto, il quale registra come il ricorso alla misura custodiale più afflittiva prevista dal nostro codice di procedura penale sia assai diffuso. La popolazione carceraria femminile è costituita principalmente da nomadi e straniere irregolari che, a causa dellla condizione di disagio e marginalità sociale in cui vivono, subiscono indiscriminatamente ed a prescindere dalla gravità del reato contestato, l’applicazione della misura maggiormente privativa della libertà".

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