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06/08/2012

Intervento dell'On. Lorenzo Ria - Conversione in legge del DL 95/2012 - Spending Review

"L'intervento di legge che esaminiamo oggi va ad incidere profondamente su una serie di aspetti della vita pubblica del Paese, sia dal punto di vista economico-finanziario che da quello istituzionale; per questo è importante che, nonostante i tempi stretti, dati dalla necessità di convertire il decreto in legge, possiamo soffermarci a discutere e a riflettere sugli effetti che si potranno generare dopo l'approvazione di questo testo.
In particolare vorrei attirare l'attenzione dell'Aula sull'insieme delle disposizioni che riguardano gli enti territoriali, che negli ultimi anni sono sempre il primo bersaglio quando si devono disporre tagli nella pubblica amministrazione. Sono tante le volte in cui i sindaci sono scesi in piazza per chiedere ai governi che si sono succeduti di tenere in conto, prima di operare drastiche riduzioni alla capacità di spesa e di vita stessa degli enti locali, che essi sono il primo presidio per il cittadino, e che sono enti non solo utili, ma più che mai indispensabili.
Anche questa grande e complessa manovra di revisione della spesa incide, dunque, sulla vita degli enti locali, disponendo per loro nuovi vincoli e nuovi traguardi da raggiungere per contribuire al miglioramento del saldo della finanza pubblica. E questi sono interventi che possiamo anche comprendere e condividere, perché tutti quanti dobbiamo partecipare all'opera di risanamento che il Governo sta ponendo in essere. Non dobbiamo farlo, però, ad occhi chiusi, pensando che le soluzioni possibili siano solo quelle già previste in fase di decretazione d'urgenza.
Io comprendo che, a causa dei tempi ristretti, sarà difficile modificare sostanzialmente il provvedimento, ma ci tengo comunque a trattare alcuni temi importanti e a dare degli spunti di riflessione che potranno, mi auguro, correggere la rotta ed aprire nuovi orizzonti d'azione.
Mi riferisco, in particolare, al tema delle province. Da amministratore locale che ha anche avuto l'onore di presiedere l'UPI, prima ancora che da parlamentare, ho sempre condotto la battaglia del cambiamento dell'ente provincia, del suo adattamento alle nuove esigenze dell'ordinamento. Già nel 2009 ho presentato - insieme al collega Moffa - una proposta di modifica del Testo Unico sull'ordinamento degli Enti Locali, poi assorbita nell'infinito iter di approvazione della Carta delle Autonomie. I contenuti di quella proposta sono stati perfettamente riproposti nel decreto «Salva Italia». Si trattava di un testo che salvava le province, che sono un livello di amministrazione dalla valenza indubbia, sia dal punto di vista storico che in relazione alle numerose e articolate funzioni progressivamente radicate a questo livello di governo, disegnandone al contempo un destino allora inedito: la trasformazione in enti di secondo livello con elezione degli organi provinciali da parte di un corpo elettorale composto dai consiglieri comunali della provincia.
Oggi si è deciso di andare oltre e di procedere ad un riordino delle province anche se, sostanzialmente, si tratta ancora di una soppressione tout court di decine di enti consolidati e strutturati, che saranno accorpati ad altri enti più fortunati.
Non nascondo le mie perplessità rispetto a questo percorso, anche perché si va incontro non solo alle polemiche di chi nelle province ci vive e ci lavora, ma anche al rischio di paralisi istituzionale, dovuto alle difficoltà applicative della riforma e ai dubbi di costituzionalità. Mi sono chiesto il perché di questo avventurarsi in un percorso incerto quando si era finalmente intrapreso un percorso virtuoso di riorganizzazione delle funzioni delle province col «Salva Italia», che prevedeva una ridefinizione delle loro competenze in materia di viabilità, ambiente ed istruzione e di modifica del loro sistema elettorale. Mi rendo anche conto, però, che se questa è la linea tracciata da questo decreto, è difficile fare un passo indietro oggi. Per poter condividere davvero questa riduzione e questo accorpamento tra province, però, è necessario che si faccia chiarezza sul percorso, e che esso sia partecipato dal Parlamento e sia conforme all'iter costituzionale. Non ci serve accelerare sulla soppressione di questi enti per sbandierarla poi come una conquista agli occhi degli italiani. Né forzare la procedura pensando di prescindere dai Comuni, che devono essere coinvolti a pieno titolo nel processo così come prevede la Costituzione; non credo che i Consigli delle Autonomie locali possano mai sostituirsi alla volontà o al parere di enti fondanti la Repubblica, che sono diretta espressione delle comunità locali. Anche perché si aprirebbe un grosso problema per quelle Regioni che il CAL non l'hanno mai attivato. E anche se mi rendo conto che è difficile che si intraprenda questa strada, la scelta più giusta sarebbe decidere di mettere da parte soluzioni intermedie e parziali per lavorare finalmente su un disegno complessivo di riordino del sistema delle autonomie locali per via costituzionale, consentendo agli enti territoriali di avviarsi gradualmente alla gestione associata delle funzioni, affrontando sì le trasformazioni che la storia impone loro, ma con i tempi e le modalità più adeguati alla loro struttura istituzionale e alle loro potenzialità.
E a proposito di gestione associata, voglio soffermarmi anche su altre disposizioni del testo che intervengono sul sistema degli enti locali. Mi riferisco agli articoli 19 e 20 del decreto, che dettano nuove norme in materia di cooperazione fra enti nelle forme dell'Unione di Comuni e della fusione, e che incentivano ancora di più i piccoli comuni a individuare forme di collaborazione strutturate e durature. Io ritengo, però, che anche in questo ambito, così come sta accadendo per le Province, non dobbiamo fare l'errore di ancorare le disposizioni al numero di abitanti, ma alle specificità e alle caratteristiche dei territori. Ci sono in tutta Italia Comuni di medie dimensioni, anche superiori ai 5000 abitanti quindi, che da anni sperimentano il sistema delle Unioni ex articolo 32 del TUEL, e godono di vantaggi importanti in termini di risparmio di spesa e di economie di scala nella gestione e nell'erogazione dei servizi.
Io credo che le difficoltà finanziarie di oggi ci costringano ad immaginare scenari diversi e più coraggiosi per le gestioni associate, prevedendo anche per i Comuni più grandi disposizioni maggiormente stringenti, orientate a vincolare gli enti a forme permanenti di aggregazione.
Già negli anni '90, con l'articolo 26 della legge n. 142/90, il legislatore aveva disposto che la costituzione di Unioni fra Comuni dovesse avvenire «in previsione di una loro fusione» e che «entro dieci anni dalla costituzione dell'unione» dovesse procedersi alla fusione, pena lo scioglimento dell'Unione stessa.
Ebbene, sappiamo tutti che la linea della fusione forzosa, all'epoca, non ebbe gran successo, perché i Comuni avevano grandi difficoltà campanilistiche; ma oggi il sistema è cambiato, e se non si sta insieme non si può più realizzare nulla. Lo sanno bene i Comuni, che devono fare i conti tutti i giorni con le strette finanziarie e con l'impossibilità di costruire occasioni di investimento e di sviluppo sul territorio. Pertanto, anche quegli enti che non sono vincolati dall'attuale normativa ad affidare tutte le funzioni all'Unione cosiddetta obbligatoria, né devono necessariamente gestire le funzioni fondamentali con unione o convenzione, se già sperimentano da anni la formula dell'Unione per gestire servizi e funzioni fondamentali dovrebbero intraprendere necessariamente il percorso della fusione, per giungere alla costituzione di un ente unico. Attraverso questa previsione non solo si raggiungerebbe il massimo livello di integrazione possibile tra enti - e questo va in una direzione da tempo intrapresa dall'ordinamento - ma si realizzerebbero davvero tangibili risparmi e vantaggi per i territori, in termini economico-finanziari ma anche nella programmazione territoriale e nella gestione dei servizi. Auspico, dunque, che il Parlamento possa riflettere su aspetti istituzionali così importanti, che riguardano non solo l'assetto degli enti locali ma anche la tenuta dell'intero sistema istituzionale italiano, che da sempre si è retto sul ruolo di presidio locale che svolgono Province e Comuni nei territori, e possa decidere di intraprendere nei prossimi mesi - anche in occasione dei lavori sulle altre riforme istituzionali - un percorso di modifica e di miglioramento ulteriore delle norme in materia".

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