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29/11/2011

INTRODUZIONE DEL PRINCIPIO DEL PAREGGIO DI BILANCIO NELLA CARTA COSTITUZIONALE - Intervento in aula sul complesso degli emendamenti

Oggi siamo chiamati ad esprimere il nostro voto su una proposta di riforma costituzionale che assume un grandissimo rilievo simbolico oltre che normativo. Questo è un periodo di forte incertezza e di tensione internazionale, il Paese deve reagire e lo deve fare con determinazione. L’Italia ha accumulato negli anni un forte debito pubblico, frutto di politiche poste in essere nei tempi passati, quando lo sfondamento del bilancio era sistematico al punto tale da essere considerato fisiologico. Mi pare di poter dire che la storia ci ha dato torto e che ci consenta di poter riconoscere il fallimento di quel tipo di politica economica, oggi fonte di un gravoso fardello che il nostro Paese porta con sé al confronto con gli altri Stati Europei. Per poter restare in Europa e tornare ad essere credibili è necessario dare un segnale forte di cambiamento di rotta. Ecco perché, a mio avviso, il voto di oggi assume anche un forte valore simbolico: abbiamo scelto di modificare la nostra Carta Fondamentale e di costituzionalizzare il principio del pareggio di bilancio, affidandogli un ruolo ed un peso marcatamente e gerarchicamente superiori. Per fare ciò si è partiti da un testo condiviso, anch’esso prova del raggiungimento di una unità d’intenti che va esaltata e valorizzata, senza però smettere di tendere al miglioramento del testo sulla base degli apporti provenienti dalle varie parti politiche e dai suggerimenti tecnici ricevuti nel corso delle audizioni. Personalmente, guardo con favore le linee generali dell’intervento costituzionale in atto; tenderei, però, ad una maggiore sobrietà della formulazione dell’articolo 81, che, a mio avviso, deve consistere nella autorevole espressione del principio di pareggio di bilancio senza scadere in una formazione specifica della sua approvazione. Non bisogna cedere alla tentazione di farne un mini-trattato di politica economica: la Costituzione non trarrebbe giovamento da una manovra simile. L’autorevolezza del testo che oggi si vuole modificare proviene proprio dalla natura delle norme che in essa trovano sede: norme di principio, che abbiano la funzione di guidare l’attività legislativa attraverso cui il Parlamento esprime la propria funzione di controllo sul bilancio, che storicamente è prerogativa fondamentale riconosciuta al potere esecutivo. La gestione dell’attività finanziaria, dunque, terreno eletto di competenza del Governo, trova nell’approvazione parlamentare il proprio assunto democratico. Con la riforma dell’articolo 81 il Parlamento e il Governo insieme si fanno carico di una scelta precisa, di un cambiamento netto, che imponga un certo rigore nella tenuta dei conti pubblici dello Stato e degli Enti di cui all’articolo 119 della Costituzione. La stessa previsione di casi eccezionali di ricorso all’indebitamento, autorizzati con deliberazioni conformi delle due Camere, adottate a maggioranza qualificata e con la contestuale previsione del relativo piano di rientro si inserisce opportunamente, a mio parere, nella tendenza che ho appena indicato ovvero di mantenere un dettame costituzionale di principio. L’equilibrio di gestione delle finanze è un principio che, per la natura stessa della materia cui afferisce, non può certamente essere formulato in maniera rigida. Diversamente si correrebbe il rischio di paralizzare il sistema senza ottenere alcun miglioramento sul piano della situazione economica. Credo che in tale contesto si inserisca l’utilizzo stesso della dizione “equilibrio” di bilancio e non “pareggio”, in quanto ciò che la norma costituzionale deve garantire è il rispetto di generale principio di contenimento massimo del deficit più che un vero e proprio pareggio contabile tra entrate e spese. Ciò contrasterebbe il contenuto di alcuni emendamenti proposti all’articolo 1 e all’articolo 4 del provvedimento, con i quali si vorrebbe appunto sostituire il termine “equilibrio” con il termine “pareggio”. L’articolo 2 della proposta incide, invece, sull’articolo 100 della Costituzione, introducendo la possibilità per la Corte dei Conti di promuovere il giudizio di legittimità costituzionale per la violazione dell’obbligo di copertura finanziaria di leggi che importino nuovi o maggiori oneri – le cui modalità sarebbero da definire con legge costituzionale. Su tale aspetto del provvedimento si sono innestati gli emendamenti relativi alla istituzione di un nuovo organo di controllo degli andamenti del bilancio, denominato “Consiglio di stabilità”. Tale organo sarebbe deputato alla prevenzione della formazione di disavanzi di bilancio per mezzo della supervisione e della costante vigilanza sul mantenimento degli equilibri finanziari e del rispetto del principio del pareggio di bilancio, nonché sulla effettiva esistenza dei fatti eccezionali che ne giustifichino le eventuali deroghe. Sul punto esprimo alcune perplessità che possono ricondursi a due principali motivazioni: in primo luogo, l’istituzione ex novo di un organo ad hoc comporterebbe nuove spese e nuovi tempi di rodaggio, posto che l’attività ad esso attribuita non ha mai costituito finora oggetto specifico, in mancanza di un principio del genere di quello che ci accingiamo ad introdurre. In secondo luogo, anche ammessa la possibilità che si deleghino le previste funzioni di supervisione a tale “Consiglio di stabilità”, propendo per l’ipotesi che la sua regolamentazione non venga disciplinata punto per punto in ambito costituzionale, sempre al fine di salvaguardare il ruolo primario della Costituzione come fonte di rango superiore. Tale organo potrebbe, dunque, essere semplicemente indicato in Costituzione e disciplinato nei suoi aspetti funzionali e operativi dalla legge. Una volta effettuate tali osservazioni, non posso – e mi avvio a concludere – che ribadire nuovamente il generale favore del gruppo dell’UdC alla modifica costituzionale in esame, con l’auspicio che l’introduzione del principio del pareggio di bilancio sia il primo di numerosi passi veloci e decisi sul cammino del nuovo esecutivo, cui nessuno nega un elevatissimo grado di credibilità. Passi diretti verso un nuovo Paese cui nessuno più negherà quella stessa credibilità. 

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