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Comunicati Stampa » Dettaglio

06/12/2011

Comunicazioni in merito alla mozione sulle unioni dei comuni.

Intervengo nell’ambito della mozione proposta sulla costituzione di unioni di comuni con popolazione inferiore ad una determinata soglia perché è argomento a me molto caro, che ho avuto modo di sperimentare in prima persona quando mi sono occupato dell’amministrazione degli enti locali. Ebbene, ricordo perfettamente lo spirito della legge 142/1990, quando entrò in vigore prima di essere modificata. Essa prevedeva che alle unioni dei comuni dopo un certo numero di anni seguisse la fusione degli enti coinvolti: tale disposizione fu poi eliminata poiché, probabilmente, ci si accorse che costituiva un freno più che un incentivo alla costituzione delle unioni. Pur condividendo le ragioni che stanno alla base della necessità di incrementare tali forme di gestione integrata delle risorse e dei servizi comuni a più enti locali, solleverei due rilievi critici. Anzitutto, la soglia dei 15.000 abitanti mi pare un criterio poco attento alla specificità e peculiarità dei territori. Potrebbero darsi, ad esempio, comuni con popolazione inferiore a quella soglia che per distribuzione demografica o ampiezza territoriale non trarrebbero alcun giovamento dalla costituzione in unione con altro comune, magari distante non solo in termini geografici ma anche in termini culturali (penso, ad esempio, ai comuni presenti in territori montani). In secondo luogo, per ovviare il rischio di atteggiamenti grossolani rispetto al problema, individuerei nella legge regionale lo strumento dedicato all’individuazione dei criteri sulla base dei quali fissare un obbligo di unione tra comuni: in tal modo, le caratteristiche tipiche di ogni territorio potranno essere tenute nella dovuta considerazione. La legge regionale, nell’individuare i principi in base i quali procedere all’unione dei comuni, dovrebbe poi obbligatoriamente inserirsi in un più ampio complesso normativo organico, che comprende anche il riassetto territoriale derivante dalla combinazione con la proposta di legge sulla soppressione delle Provincie, ad esempio. Gli argomenti necessitano, infatti, di una trattazione unitaria: troppe volte abbiamo privilegiato singoli provvedimenti in luogo di riforme organiche e sistematiche. È il momento della revisione complessiva, del cambio di rotta, di scegliere la strada più lunga per giungere alla meta con metodo analitico e consapevole rispetto a tutto il settore degli enti territoriali. Il senso stesso dell’incremento del ricorso al mezzo dell’unione tra comuni non può non essere, dunque, quello di dirigersi verso un riassetto sistematico del complesso degli enti locali che, a mio avviso, deve orientarsi ad un percorso di graduale superamento dell’unione stessa, finalizzato ad una finale fusione dei comuni, con il mantenimento di singoli municipi. Sono fermamente convinto che sia necessario un intervento legislativo che recuperi lo spirito originario della legge 142 e che accompagni gli enti locali, i comuni, in questo caso, verso un graduale percorso di superamento dei campanili strettamente intesi: un percorso che dia rilievo alle caratteristiche culturali particolari dei singoli municipi e che, al contempo, riduca le spese ed ottimizzi le risorse da investire nella gestione dei servizi e nell’esercizio delle funzioni. Il progetto deve far parte di un solco normativo di riassetto globale e complessivo degli enti territoriali e contestuale riordino delle funzioni, di modo che gli enti comunali, attraverso un periodo di sperimentazione della gestione integrata nelle unioni, giungano alla formazione di un unico ente. Solo in tal modo si raggiungerà l’apice dell’economia e dell’efficienza amministrative.
 

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