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04/12/2011

Assemblea Provinciale Unione di Centro - Lecce

Carissimi amici dell’Unione di Centro,
la celebrazione di un congresso è sempre un momento cruciale della vita di un partito, principalmente per due ordini di motivi.
In primo luogo perché è tra le rare occasioni istituzionalizzate di confronto e dibattito interno, soprattutto in quest’epoca di politica virtuale in cui non esistono più momenti di comunicazione diretta tra persone che condividono lo stesso percorso civile.
E credo che proprio questa cattiva “abitudine” alla distanza fra persone – prima ancora che tra attivisti – sia alla base della profonda crisi che i partiti stanno attraversando da tempo in Italia. Una crisi tale da mettere in forse la stessa funzione rappresentativa di queste complesse strutture della democrazia e che getta perfino un’ombra sull’autenticità ed efficacia del sistema parlamentare. L’abbiamo sperimentato di recente: la scelta di un governo tecnico, che sembra poter individuare soluzioni più immediate e concrete della politica, è la più chiara manifestazione di questa crisi del sistema dei partiti.
Quando i partiti vanno in crisi, storicamente, l’accento si sposta dalla società politica alla società civile, nella quale si esprimono meglio e con meno pregiudizi ideologici il dibattito, il confronto ed anche una avanzata preparazione delle decisioni sullo sviluppo della vita sociale.
Qual è, allora, il destino delle forze politiche, nei periodi di crisi dei partiti? Esse non devono commettere l’errore di arrotolarsi su se stesse, né di complicare il quadro con percorsi incerti che il cittadino non comprende.
Io credo che la politica, in questi casi, sia chiamata ad operare una sintesi intelligente e responsabile del tumulto degli interessi e degli ideali della vita sociale.
Credo che debba trovare la capacità di armonizzarsi con il resto del mondo civile, e di aprirsi a logiche e a persone nuove.
Ed è questa la seconda funzione-chiave cui deve assolvere oggi un congresso politico: aprirsi, rinnovare le strutture e le responsabilità. Far comprendere agli attivisti e ai simpatizzanti che la società, sempre più consapevole e presente a se stessa, vuole travalicare le rigide strutture dei partiti e non vuole essere più ricondotta sotto lo scudo di una ideologia esclusiva. E dicendo queste cose sono certo di interpretare al meglio le ultime linee dettate da Pierferdinando Casini, che sta conducendo una battaglia importante per l’abbattimento delle vecchie categorie ideologiche di destra, sinistra e centro.
Ecco che un congresso, oggi, deve saper intuire che il fermento sociale si è ampliato, si è approfondito e si sviluppa al di là dei partiti. E i partiti non possono rimanere indietro.
I partiti hanno il dovere di lanciarsi in un’opera di rinnovamento interno generale e diffuso e organizzare il consenso non intorno a dati o fatti certi e assodati, per quanto importanti, ma intorno ad un disegno complessivo nuovo, forse più incerto, ma anche più compiuto e più stabile in prospettiva.
Mi rendo conto che il mio può sembrare un discorso astratto, ma non è così. Può adattarsi benissimo a noi, al nostro partito, alle vicende che, negli ultimi mesi, la nostra comunità politica ha dovuto affrontare a Lecce: importanti scossoni, polemiche mediatiche e difficoltà di comprensione interna. Ecco, io non voglio far finta che questi problemi non siano esistiti o non esistano ancora, perché sarebbe come negare l’evidenza. Né intendo sminuirli o rivedere la mia posizione su alcune questioni, perché per me restano criticità rilevanti su cui tutti ci dobbiamo interrogare. Ma non voglio nemmeno tornarci con vena polemica, perché questa è una giornata di riflessione e di programmazione. È una giornata in cui dobbiamo fermarci a valutare la correttezza del percorso intrapreso, ed eventualmente prepararci a correggere il tiro.
Certo, il presupposto di un percorso corretto è l’unità tra di noi. Ma giungere all’unità non è semplice.
Comporta una grande comprensione delle cose, una visione di insieme, la ricerca di giusti equilibri e un vero sforzo di organizzazione. E non sempre, negli ultimi mesi, si è agito in questo senso, il senso dell’unità.
A volte è più comodo e meno irritante evitare il confronto, liberarsi di chi ci contrasta e decidere per sé; ma quella che risulta più comoda, di solito, non è mai la soluzione migliore.
Ripeto, però, che oggi è un giorno di riflessione sul percorso politico che c’è da fare. E io voglio dare il mio contributo - prima ancora che da parlamentare - da semplice iscritto che ha aderito con convinzione ad un progetto che, ahimè, tarda a venire alla luce.
Sono passati più di due anni dall’intuizione di costituire un Partito di respiro nazionale che si rivolgesse all’universo dei cattolici, che riprendesse le idee migliori del pensiero politico moderato europeo, che mettesse insieme tutti coloro che non amano risolvere i problemi del Paese demonizzando l'avversario e che vogliono sottrarsi alla trappola di un bipartitismo estremo, che non si è mai dipiegato nel senso delle grandi coalizioni europee, ma – in chiave tutta italiana - fino ad oggi ha visto contrapporsi solo due contenitori vuoti come Pdl e Pd, tirati con la cordicella da due partiti più piccoli e più populisti come la Lega e L’Italia dei Valori.
Ecco: poiché il quadro sta progressivamente cambiando, questo di oggi poteva e forse doveva essere il Congresso fondativo del nuovo Partito della Nazione che lavora alla costruzione nel Terzo Polo per l’Italia.
È evidente che le scadenze elettorali, le contingenze parlamentari, la crisi di governo e le nuove geometrie della politica hanno rallentato e forse fermato del tutto l’originario ed attualissimo processo di una costituente di centro. Credo che oggi dovremmo parlare soprattutto di questo, perché la linea politica è dettata dalle vicende nazionali, ma la struttura e l’idea del partito non può non nascere dal basso, dalla base locale.
Io ho visto gradualmente sparire tutti i segni che portavano al Partito della Nazione: niente più riferimenti ad un nuovo nome e ad un nuovo simbolo, nessun riferimento nemmeno sul sito del Partito, nessuna menzione di quel progetto da parte dei nostri leader nelle situazioni pubbliche. È forse un progetto tramontato del tutto? O forse va a fondersi con le altre due componenti del nuovo Terzo Polo, con i quali – io credo – è ancora lungo il percorso di completa e definitiva integrazione. O forse ancora può trovare spazio nella nuova iniziativa che alcuni membri di questo governo stanno intraprendendo, al fine di dare nuova veste all’impegno cattolico in politica, al di là dei vari e rigidi schieramenti esistenti?
Queste sono lo domande che mi pongo, da parlamentare e da iscritto. E si tratta di interrogativi non banali, su cui dovremmo esprimere le nostre opinioni proprio nella sede congressuale, che ha di per sé valore programmatorio, se non addirittura costituente della linea politica da adottare.
Credo che non si possa più rimandare l’adozione di un percorso chiaro, di scelte definite su chi siamo e su dove vogliamo andare, sia a livello nazionale che in sede locale. Ce lo chiedono gli iscritti e gli italiani. I sondaggi, è vero, ci regalano qualche punto in più rispetto al passato, grazie anche alla maggiore forza di attrazione del terzo polo, inteso come grande aggregazione di moderati, che va oltre i singoli movimenti che lo compongono. Però non è a questo che dobbiamo puntare. Questa della percentuale elettorale, dei seggi conquistati in Parlamento, delle postazioni di potere da inseguire è una logica stantìa, che noi non dovremmo inseguire più, nonostante siamo il partito che, nell’arco costituzionale, è più legato alle tradizioni.
Per quanto esse siano essenziali nel nostro percorso, però, noi non vogliamo essere gli uomini del passato, ma quelli dell’avvenire. Il domani non appartiene ai conservatori; il domani è degli innovatori attenti, seri, senza retorica. Persino il cristianesimo, se non avesse avuto in sé quella grande forza rivoluzionaria, non avrebbe inciso così tanto nella storia dell’umanità.
Per questo, se noi vogliamo essere ancora presenti, dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose che muoiono, anche se sono vistose e in apparenza essenziali.
Quando ho espresso la mia opinione in merito alla partecipazione dell’Unione di Centro alle primarie per le amministrative a Lecce, pensavo proprio a questo.
Pensavo che non dobbiamo avere paura di innovarci, di adottare strumenti nuovi, di cambiare sistema di gestione del consenso. Anche se il vecchio sistema sembra collaudato e incrollabile, questo non vuol dire che aprirsi a nuove regole non possa portare maggiori vantaggi rispetto all’esistente. Magari nuove energie e nuove intelligenze si avvicinerebbero ad una comunità che oggi non conoscono e che non deve avere paura di portare la propria identità in piazza, oltre che nelle sale degli hotel dove facciamo i congressi.
Le primarie fanno paura perché aprono le porte dei partiti al cittadino. Perché svelano i correntismi interni, perché capovolgono la logica politica del segreto, perché costringono a scegliere schieramento e candidato da sostenere molti mesi prima delle elezioni e perché obbligano i partiti a mantenere una linea trasparente e di coerenza. Ecco, se vogliamo avere un po’ di voce e di presenza in questa importante competizione al Comune di Lecce, non dobbiamo avere paura di uno strumento partecipativo come le primarie, o quantomeno non dobbiamo avere paura di discuterne, perché le persone che sono fuori dal circuito ristretto del partito percepiscono che non c’è volontà di mettersi in gioco, e questo non gioca certo a nostro vantaggio.
Le primarie, però, sono solo uno strumento che ho proposto pubblicamente come strategia da seguire, come baluardo di scelte chiare sin da oggi, come mezzo di apertura e comunicazione con l’esterno. In realtà, ciò su cui oggi vorrei invitare tutti voi a riflettere è il concetto più vasto di partecipazione, che nelle parole di una celebre canzone di Gaber equivale alla libertà.
Non sempre ho percepito il sistema di gestione del partito a Lecce come libero e partecipato, negli ultimi tempi. E questo è noto a tutti. Per questo sento la necessità di aprire pubblicamente una “crisi” – intesa come riflessione e discernimento interni – sull’importanza di coinvolgere tutti nelle scelte, secondo i canoni della libertà e della partecipazione, nel rispetto del diritto di resistere, di risultare anche impopolari, di schierarsi per le proprie convinzioni senza il rischio di essere accusato di lesa maestà.
La vera democrazia è questa. E in democrazia non ci sono primogeniture, ma si deve e si può lavorare fianco a fianco – ed è quello che ho sempre auspicato per il nostro partito - per capire se ci sono le condizioni per proseguire insieme, per individuare la direzione migliore da prendere ed, eventualmente, per compiere tutte le scelte che verranno all’insegna della condivisione, della reale partecipazione e della lealtà.
 

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