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31/07/2012

Articolo sulla geografia giudiziaria, oggi su Gazzetta del Mezzogiorno

Ritengo quanto mai necessario chiarire l’essenza del dibattito che si è acceso intorno al provvedimento sulla riorganizzazione della geografia giudiziaria, che stiamo esaminando in Commissione Giustizia proprio in questi giorni. Si tratta del taglio indiscriminato di tutte le sezioni distaccate dei tribunali e di tutti gli uffici del Giudice di Pace che, in provincia di Lecce, comporterà l’accorpamento di tutti gli uffici giudiziari nella sede capoluogo. Prima di occuparsi di quale palazzo assorbirà i trasferimenti – problema che suggerirei di affrontare a tempo debito (solo quando e se il decreto verrà approvato) secondo le procedure pubbliche previste per legge, sorvolando su dubbie offerte e disponibilità di sorta – credo che sia opportuno riflettere sul vero obiettivo della riforma, ovvero di garantire un recupero di efficienza del sistema giustizia e, soprattutto, un accesso privo di ostacoli e disagi del cittadino alla giustizia. Sono un membro del Parlamento e rappresento i cittadini, per questo credo che il mio compito sia quello di mettermi dalla loro parte. Sto portando avanti una dura battaglia perché credo che nelle sedi legislative vi sia ancora margine per far valere il diritto dei cittadini ad una giustizia realmente accessibile. Lo schema di decreto legislativo presentato dal Governo, infatti, non rispetta a pieno i criteri di delega delineati dalla legge, così dimostrando profili di incostituzionalità. Solo alcuni dei principi indicati sono stati presi in considerazione (il numero di abitanti, l’indice delle sopravvenienze), tralasciandone altri, come la specificità territoriale del bacino di utenza, la situazione infrastrutturale e il tasso di criminalità: indicazioni con il precipuo scopo di valorizzare la specificità dei luoghi, per adattare la distribuzione degli uffici alle esigenze dei cittadini. A me pare che il dibattito si stia incentrando su ragioni accessorie, percorrendo singolari vie di fuga senza affrontare realmente la questione. Nessuna legge delega ha imposto la soppressione indiscriminata delle sedi distaccate, eppure stiamo assistendo a questo scempio: possibile, mi chiedo, che su 220 sedi distaccate nessuna risponda ai canoni dettati dalla legge delega? È inevitabile che la mia attenzione si focalizzi su Lecce, dove riscontriamo gravi deficit infrastrutturali e soprattutto carenze dal punto di vista dei trasporti. Mi meraviglia che il Presidente della Corte d’Appello non si sia posto per un momento nella posizione di un cittadino costretto a raggiungere il capoluogo dal sud Salento con i mezzi pubblici - ipotesi che ad oggi può assumere i caratteri di una vera e propria odissea. E mi stupisce che il Presidente della giunta dell’Associazione Nazionale Magistrati di Lecce, fino a qualche giorno fa convinto della necessità di mantenere almeno due delle sezioni distaccate, prospetti soluzioni come la fantomatica “cittadella della giustizia”, da lui stesso giudicata non realizzabile nel medio periodo, se non del tutto utopistica. Rispetto ad una realtà come la nostra, non tenere conto della situazione infrastrutturale, equivale ad imporre una scelta dall’alto, scelta che la comunità vive come una vera e propria violenza sul territorio, scelta che finisce per ricadere sulle fasce più deboli della società, su chi non ha i mezzi per superare da sé il gap infrastrutturale pubblico. Tutto questo è culturalmente sbagliato, è compito del Parlamento ascoltare i cittadini, soprattutto i più deboli, proprio per garantire quella uguaglianza sostanziale che, come recita l’articolo 3 della Costituzione, è al tempo stesso fondamento e compito della Repubblica. Il Governo, scegliendo la strada dei tagli lineari, non ha rispettato le peculiarità territoriali e, così agendo, non ha rispettato, da ultimo, i cittadini, negando, di fatto, in alcuni casi, l’accesso alla giustizia. Questo in nome di un risparmio atteso del quale, ahimè, non riesco a vedere il doveroso contrappeso: ben si possono chiedere sacrifici ai cittadini, è necessario però che vi siano specifiche ragioni motivate su basi normativamente coerenti. Temo di non poter dire che stia accadendo qualcosa di simile nel nostro caso e credo che sia mio preciso dovere etico continuare a battermi perché non si compia una scelta così sbagliata.


On. Lorenzo Ria
 

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